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Sei mesi senza “like”. La ricerca di consenso (non) ha i minuti contati

DI COSTANZA OGNIBENI

“Aiutare le persone a concentrarsi sulle foto e sui video, non sui like, affinché si sentano libere di esprimersi”.
Sono passati già diversi mesi da quando il CEO di Instagram Adam Mosseri ha reso pubblico il suo intento di dare il via al test secondo il quale nessuno potrà più vedere il numero di like che colleziona un post, al di fuori dell’utente che lo ha pubblicato. Partito in Canada lo scorso maggio, l’esperimento ha coinvolto anche l’Italia da circa sei mesi, e ancora non sappiamo come andrà a finire, se effettivamente diventerà prassi o si è trattata di una breve parentesi contro il narcisismo digitale.
La pratica si è presentata senz’altro sotto i migliori auspici: sono passati poco più di tre anni da quando lo scioccante episodio “Nosedive” della serie Black Mirror è apparso sui nostri schermi; un vero e proprio altolà che ci metteva in guardia dalla tirannia dei like. Ambientata in un futuro distopico, la vicenda narrava di individui con la possibilità di accesso a determinati acquisti o diritti in base alle reazioni positive che ricevevano sul loro profilo social, mostrando in questo modo le inevitabili conseguenze di quanto stava avvenendo sotto i nostri occhi fintanto che non è stato dato avvio al test.
Quello che però viene da chiedersi, è se davvero basti un tool per risolvere un problema che sembra avere radici molto più profonde. Da che mondo è mondo, le persone, soprattutto quelle dall’identità più fragile, vivono nella pedissequa ricerca di approvazione da parte degli altri. È un meccanismo in certi contesti inevitabile, come ad esempio nel caso degli adolescenti, che per la loro stessa natura di individui in formazione, si trovano più esposti a questo tipo di rischi. Ma per quanto ci si possa scagliare contro questo mondo moderno che genera individui sempre più problematici, stavolta bisogna riconoscere che non è assolutamente un male figlio della nostra epoca: succedeva ai tempi dei nostri genitori, ma anche dei nostri nonni, e laddove non esisteva la cosiddetta “gogna digitale”, esisteva quella reale, per certi versi meno estesa, ma sicuramente altrettanto impattante.
Tutti abbiamo dovuto tirare fuori le unghie e imparare a non entrare in depressione per un mancato consenso; abbiamo dovuto cercare la forza e l’approvazione in primis da parte noi stessi, consapevoli che senza un’auto-accettazione, difficilmente sarebbe arrivata quella dall’esterno. Sono lezioni che la vita stessa ci ha impartito giorno dopo giorno, e oltre a cercare risposte attraverso complicati meccanismi di autoanalisi, spesso ci siamo trovati a chiedere aiuto. A un amico, un genitore, un insegnante. Perché è così che vanno le cose: oggi un successo, domani un capitombolo. È del 2015 il delizioso cartoon della Walt Disney Pictures “Inside Out”, che mostrava la tristezza come la più ripudiata delle emozioni, ma in fondo la più importante, in quanto matrice di qualsiasi tipo di evoluzione individuale. E sempre facendo riferimento al fortunato cartoon, l’esperimento portato avanti dall’Instagram Team fa pensare più a quella ricerca di euforia che scansa ogni emozione negativa – compreso lo sconforto per una mancata approvazione – che a un reale tentativo di risolvere un problema, che a quel punto, altro non farà se non spostarsi su qualche altro versante.
Quello che occorrerebbe fare sarebbe, piuttosto, un’analisi del fenomeno e una ricerca delle motivazioni più profonde che spingono un adolescente a chiudersi più del dovuto per un mancato consenso, o, al contrario a postare qualsiasi momento della propria vita alla ricerca di un like in più: genitori, insegnanti, ma anche figure istituzionali e responsabili della cultura, anziché delegare ai social la soluzione dei problemi da loro stessi generati, dovrebbero cercare un canale di comunicazione in più; insegnare a distinguere “il grano da miglio” e insomma affrontare il problema anziché fare come se non esistesse. È lo stesso meccanismo del braccio, che se fa male, la soluzione non è certo tagliarlo.
Ma forse, proprio perché il problema non è solo degli adolescenti, quello a cui stiamo assistendo è un circolo vizioso, dove il più debole non fa che emulare quello apparentemente più forte, in un gioco di rimandi che si presenta come una spirale apparentemente senza uscita. Ma un’uscita c’è, è una strada dura, in salita e che impone di affrontare qualsiasi stato d’animo partendo da una ricerca, scevra da ogni giudizio, sulle sue motivazioni.
Una strada che impone, altresì, di riprendere a dare alle cose il loro nome, a cominciare dall’espressione “libertà di esprimersi”, da attribuire a qualcosa di decisamente diverso da un video o una foto esibita di fronte a una platea digitale.

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