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Brave le scienziate che hanno isolato il Coronavirus. Ma non in quanto donne

DI COSTANZA OGNIBENI

Il Sars-CoV-2, alias Coronavirus, è finalmente stato isolato, e con lui le crisi di panico cui abbiamo amaramente assistito nei giorni passati: sarà stato il contributo dei social network, sarà stata la facilità con cui ormai si accede alle informazioni; sarà stato anche quel maledetto passaparola che, come il gioco del telefono senza fili, trasforma nel giro di pochi passaggi una notizia in una Fake News. Sarà stato, altresì, anche il rischio connesso alla malattia, la facilità con cui poteva essere contagiata. Ma senza l’intervento delle tre ricercatrici Francesca Colavita, Concetta Castilletti, coordinate dalla capo team Maria Rosaria Capobianchi, probabilmente saremmo ancora qui a parlare di allarme pandemia.

Orgoglioso, il Ministro della Salute Roberto Speranza non ha perso l’occasione per vantare l’impresa a livello internazionale, sottolineando, tra le altre cose, come sia stato il gentil sesso l’autore della grande svolta. A fargli eco, il ministro delle pari opportunità Elena Bonetti, la quale, dagli scranni della propria pagina Facebook si è congratulata con il team delle scienziate: “Una squadra per lo più al femminile, a cui va la gratitudine dell’intero Paese. La qualità delle nostre scienziate e ricercatrici dimostra come anche nella scienza le donne danno un contributo fondamentale. Continuiamo a promuovere e incentivare le giovani donne ad intraprendere percorsi di formazione nelle materie STEM. Il futuro chiede il loro coraggio, la loro intelligenza, la loro creatività”.

E a seguire, pagine e pagine di giornali, che, con la stessa trepidazione con cui annunciavano la notizia, tenevano a sottolineare il genere di appartenenza delle artefici dell’eroico gesto, quasi l’essere donne avesse in qualche modo influito sulle loro stesse capacità. Tentativi volti senz’altro ad arginare, ancora una volta, lo spettro di un machismo ancora imperante nella nostra società, ma, così facendo, il rischio è che si finisca per combattere un presunto nemico usando il suo stesso linguaggio. Come essere donne non è certo sinonimo di inferiorità intellettuale, né tantomeno di debolezza psicologica, così appartenere a questa categoria non comporta automaticamente un qualche tipo di primato sul piano cognitivo. Sono aspetti dell’identità umana strettamente connessi, ma destinati a viaggiare parallelamente, e se si infilano l’uno nella sfera dell’altro, si crea un pasticcio concettuale che forse rappresenta in buona parte la matrice di opinioni che sanno di stantio quando vengono espresse, ma sul cui modello sono ancora strutturati la maggior parte dei rapporti di coppia.

Essere donna, così come essere uomo, non dovrebbe in alcun modo determinare un eventuale rendimento sul piano sociale: studiare una materia complessa dovrebbe essere duro tanto per le donne come per gli uomini, così come svolgere i compiti quotidiani, ma anche fare politica, andare a votare, e via discorrendo su tutte quelle faccende che vedono coinvolto il piano prettamente cognitivo.

E allora, che senso ha sottolineare in modo così insistente che i ricercatori che hanno isolato il virus e che probabilmente ne troveranno la cura siano donne? Certo, una risposta a secoli di sottomissione e di false credenze su una presunta inferiorità intellettuale è senza dubbio necessaria. Ma quello che è altrettanto necessario è mantenere separato il rapporto causa-effetto, che se deve essere demolito da questa secolare mentalità maschilista è altrettanto necessario che non si sedimenti in quella femminista, altrimenti diviene una semplice faccia della stessa medaglia: né inferiori in quanto donne, né tantomeno superiori in quanto donne. Semplicemente, brave professioniste assolutamente capaci di svolgere il proprio dovere.

E, parallelamente, relegare la sfera sessuale a un altro ambito: forse più complicato, forse più incomprensibile, ma, certamente, vero terreno su cui queste differenze entrano effettivamente in gioco. È la sfera degli affetti, della cosiddetta vita privata; quella sfera dove l’identità sociale non dovrebbe in alcun modo rientrare, così come quest’ultima non dovrebbe in alcun modo essere influenzata dall’essere uomo o donna, trasformando in questo modo la vita quotidiana in un gioco di maschere pirandelliane, volte non più a mistificare l’identità di ognuno, bensì a preservarla: uguali sul piano sociale, estremamente diversi nella vita privata. Dove, una volta tolta la maschera, ci si può finalmente confrontare con il volto diverso dell’altro.

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