Covid-19. La riscoperta della collettività come unica cura possibile

DI COSTANZA OGNIBENI

Era il 1996 quando fu dato alle stampe “Cecità”, il capolavoro del Premio Nobel Josè Saramago. Il parallelismo con quanto stiamo vivendo è ormai inflazionato: esattamente come nel romanzo, un male invisibile quanto inspiegabile sta prendendo prepotentemente piede nella vita delle persone; un male la cui velocità di contagio sfugge a qualsiasi controllo; un tasso di contagiosità per il quale è stato necessario imporre il divieto assoluto di qualsiasi contatto sociale.

Impossibilitate a lavorare, molte persone hanno dovuto interrompere la loro attività; il settore turistico è stato il primo colpito, ma poi, a catena, la cultura, il commercio, i trasporti e insomma tutto ciò che non è strettamente legato all’approvvigionamento o alle cure mediche. Gli ospedali stanno collassando, i posti nelle terapie intensive si stanno esaurendo, e allora si comincerà a decidere chi curare e chi no, basando la scelta su un freddo calcolo statistico che stabilisce le probabilità di sopravvivenza di ogni paziente. Una situazione per la quale si potrebbe scrivere un altro libro, e i lettori poco documentati, un giorno, potrebbero pensare che si tratti di pura fantascienza. Ma questa volta non si tratterebbe di un romanzo, bensì di un vero e proprio dossier, che narra di questo invisibile veleno chiamato Covid-19, un qualcosa di cui possiamo ammalarci senza nemmeno rendercene conto, e proprio per questo foriero di quell’inspiegabile angoscia che crea le chilometriche file davanti ai supermercati, o i convogli straripanti di passeggeri poco curanti delle conseguenze della loro corsa impazzita verso il Sud.

È la sostanziale differenza tra paura e angoscia; la prima indispensabile, poiché in grado di metterci in guardia da un pericolo reale; la seconda pericolosa, poiché fondata su una distorsione del rapporto con la realtà, che ci spinge a fare cose spesso senza senso. Non c’è pericolo che gli approvvigionamenti finiscano; non c’è bisogno di lasciare una regione solo perché blindata. Dunque perché questo agire? Parlano di irrazionalità, parlano di perdita della ragione, come se questi eventi liberassero una qualche bestia che dormiva dentro di noi fino a quel momento. Ma forse c’è qualcos’altro che è andato perduto, prima che il veleno invisibile prendesse il sopravvento, ed è quel sano rapporto con la realtà e con gli esseri umani che una società sempre più incentrata sull’individuo e sullo sfruttamento ci ha fatto perdere. La favola del “mors tua vita mea” che ci propina quotidianamente un sistema basato sulle filosofie neo-liberiste sta raggiungendo la sua massima espressione in una situazione di epidemia come questa.

Ma c’era una donna, nel capolavoro di Saramago, che dal male invisibile non era stata contagiata. È quella donna che, in questo frangente, potremmo chiamare Collettività, ovvero la ripresa di quel sano rapporto con gli esseri umani che libera l’uomo dall’angoscia di morire di fame e di freddo, per lasciare posto a qualcos’altro. E di fronte a una malattia che ci impone un isolamento, la messa da parte di questo individuo egoista e calcolatore per riscoprire un senso comune andato perduto non può che essere l’unica risposta possibile. Una ripresa di rapporto rimanendo fra le mura del proprio appartamento, per scoprire che la solitudine non è la mancanza di vita sociale, ma la mancanza di riconoscimento dell’esistenza degli altri.

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