Professionisti dello spettacolo ai tempi del Coronavirus. Dubbi e incertezze per un popolo gettato nell’oblio

Di Costanza Ognibeni – 21 Aprile 2020

Si riparte o non si riparte. Siamo pronti o non siamo pronti. Guardiamo i numeri, ascoltiamo la comunità scientifica. Ma poi anche loro, gli scienziati, non si mettono d’accordo. E allora lasciamo fare alla politica, ma la politica senza numeri diviene libero arbitrio, e allora si torna al conteggio: delle vite, delle morti, dei contagi, delle guarigioni.

Il braccio di ferro sulla corsa al 4 maggio si fa sempre più duro, e nel frattempo artigiani, operai, piccoli imprenditori, impiegati e partite IVA, messi in ginocchio dal Cigno Nero, attendono ansiosi gli esiti di quello che sembra ormai diventato un duello a più voci. Nel frattempo, i governi stanno facendo il possibile per correre in loro soccorso, mostrando le falle di un sistema che ogni giorno si rivela sempre più impreparato alle situazioni di emergenza.

Ma c’è qualcuno che, se possibile, se la sta passando ancora peggio. Qualcuno, che mentre stiamo qui a chiederci che ne sarà di noi dai primi di maggio, una data per una ripresa non può fissarla nemmeno in un punto lontano della propria mente. Un popolo composto da più di 250.000 abitanti, su cui forse un po’ troppo spesso si chiudono gli occhi, ma che nella nostra società rappresenta un pilastro importante tanto quanto quello dell’economia. Sono gli artisti dello spettacolo, che senza la possibilità di immaginare modi e tempi della ripresa del loro settore, annaspano tra un lockdown e un’iniziativa di protesta, volta a far sì che si cominci a parlare anche della loro situazione, alla luce, soprattutto, della totale impossibilità di capire la fine della loro quarantena.

Barbara Folchitto è una dei tanti abitanti di questo fitto popolo di lavoratori. Attrice professionista, è attivamente impegnata in una di queste iniziative, l’organizzazione delle quali si svolge quotidianamente in una chat su Telegram.

In cosa consiste questa chat? Da chi è composto questo grande gruppo?

Lo specifico gruppo di cui sono parte attiva si chiama “Attrici e attori uniti”, ma ce ne sono anche altri. In questo siamo oltre 1.500 iscritti  – ma il gruppo è in continua crescita, e al suo interno sono stati organizzati dei tavoli di lavoro – delle specie di sottochat all’interno di una grande chat – che si occupano delle diverse aree di intervento: azione, comunicazione, genere, insegnamento e normative. Ogni iscritto può partecipare a quanti tavoli vuole, tenendo conto, però, che l’impegno è piuttosto sostanzioso: ogni giorno si organizzano riunioni di circa un’ora e mezzo, che diventano facilmente due e mezzo, e si svolgono su Zoom o altre piattaforme di supporto. Vengono scelti moderatori e argomenti, e per ogni area si discute di volta in volta sul da farsi.

Come se la passano i lavoratori dello spettacolo in questo periodo?

Inutile dirlo: la nostra situazione era drammatica già da prima del Coronavirus. I tagli operati al FUS (ndr Fondo Unico per lo Spettacolo) dal 2009 in poi ci hanno letteralmente messo in ginocchio. Il Decreto Cura Italia ha previsto diversi ammortizzatori sociali, ma sono meccanismi piuttosto complessi: c’è la cassa integrazione per i lavoratori dipendenti, oppure il FIS (Fondo di Integrazione Salariale), a cui la produzione può ricorrere quando costretta a licenziare o semplicemente sospendere l’attività di un lavoratore. O ancora, c’è il bonus di 600 euro per tutti i tipi di lavoratori dello spettacolo. Ma sono procedimenti piuttosto macchinosi, pieni di se e di ma, come ad esempio la soglia minima di 30 giornate lavorative raggiunte nel 2019 per ottenere l’indennità. Per un lavoratore normale 30 giornate non sono nulla, ma se si calcola che le nostre giornate lavorative per la maggior parte non vengono nemmeno dichiarate, ecco che si fa fatica ad arrivare alla soglia.

 Non avete un sindacato che vi tuteli?

SAI (Sezione Attori Italiani) – SLC (Sindacato Lavoratori della Comunicazione)- CGIL – è il sindacato che da sempre si occupa del comparto artistico. Nella chat di cui ti parlavo prima, stiamo spingendo parecchio affinché la gente si iscriva, sia perché può giovare della consulenza di persone molto preparate che possono aiutarci in termini di normative e contratti, sia perché, ovviamente, più siamo, più il sindacato assume potere contrattuale.

Quale pensi sia il problema alla base di queste falle?

La categoria dei lavoratori dello spettacolo è fondamentalmente priva di identità giuridica. Abbiamo un solo CCNL, che è quello della Prosa, dedicato ad attori, tecnici, direttori d’orchestra, danzatori, coristi, difficilmente estensibile ad altri ambiti come l’audiovisivo. Quindi vi si può ricorrere facilmente quando si lavora per il teatro, ma per gli altri settori si creano numerose zone d’ombra. Non esiste la categoria “operatore dello spettacolo”, quindi per lo Stato chi lo fa a livello amatoriale è sullo stesso piano di chi lo fa per professione.

Cosa distingue un professionista da un amatore, nel vostro ambito?

È una bella domanda. Chiunque può definirsi artista, se ci pensi. E in tanti lo fanno per diletto. Chi scrive, chi canta, chi recita. Tutti rigorosamente dopo essersi chiusi la porta dell’ufficio alle spalle. Ma poi c’è qualcuno che decide che a questo saper fare vuole dedicare tutta la propria vita e metterlo a disposizione degli altri. Decide che vuol farne una ricerca, per proporre qualcosa di nuovo, di diverso, o anche di già visto, ma magari raccontandolo in un altro modo. Qualcuno che si ferma, osserva, e poi rappresenta. Ed è una ricerca che non puoi svolgere nel tuo tempo libero perché diviene totalizzante. Chi decide di cimentarsi in questa impresa, deve essere messo in condizione di farlo. Attraverso dei diritti giuridicamente riconosciuti, attraverso delle politiche di welfare, attraverso un minimo salariale riconosciuto. Esattamente come tutti gli altri lavoratori.

Perché pensi che in Italia manchino queste tutele?

Probabilmente perché non è un lavoro che produce “utile”. E quindi diviene un qualcosa di apparentemente superfluo, qualcosa di cui, secondo la mentalità comune, si potrà sempre fare a meno. Del resto sarebbe anche inappropriato paragonare l’arte ai trasporti, alla medicina o anche a qualsiasi bene possa essere messo sul mercato. E diviene altrettanto sbagliato trattarla come tale – qualcuno in passato l’ha fatto, parlando delle nostre opere come “prodotti Made in Italy”. In realtà il discorso è molto più complesso: riconoscere un’identità sociale agli artisti prevede che si riconosca un ruolo ben preciso alla cultura, diverso da quello dei beni cosiddetti materiali, ma altrettanto importante. Si tratta di riconoscere che come esseri umani oltre ai bisogni, siamo portatori di esigenze, e di accettare che con i provvedimenti di cui si discute continuamente possiamo salvarci dalla paura di morire di fame e di freddo, ma non da quella di non stare bene con noi stessi. Fior di psicologi, di filosofi e di pensatori vengono interpellati da ogni parte del mondo; chiunque dopo aver speso la propria giornata a lavorare, a intessere relazioni, a fare la spesa o pagare le bollette, torna a casa pieno di domande su se stesso, sul suo agire, sul suo modo di rapportarsi al mondo, agli altri esseri umani. Privarci di questa ricerca significa eliminare una parte di noi stessi, che poi, a pensarci, è quello che veramente ci distingue dagli animali.

Per come la stai mettendo, sembra che il problema sia solo ai vertici. Ma il pubblico non ha un ruolo in tutto questo? Che percezione ha la gente dei lavoratori dello spettacolo?

Anche nel pensiero comune si fa fatica a percepire l’artista come lavoratore. Qualche settimana fa un ascoltatore di Radio3 aveva lasciato una sua testimonianza in merito durante la trasmissione “Tutta la città ne parla”, dichiarando che trovava pericolosa l’idea di pagare gli operatori dell’arte, perché allora si sarebbero dovuti pagare tutti quelli che si autodefiniscono scrittori o poeti che dir si voglia. Non aveva tutti i torti: fintanto che non si stabiliscono i confini di cui parlavo prima, la confusione è destinata a rimanere tale. C’è però da aggiungere un’altra osservazione: anche 25 anni fa mancava questo riconoscimento a livello giuridico, eppure gli artisti dello spettacolo erano professionisti a tutti gli effetti, sia per il pubblico, sia per chi li finanziava. Credo, quindi, che la situazione attuale sia dovuta anche a un depauperamento culturale che si è tradotto in un depauperamento materiale con il taglio ai fondi. La domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina rimane.

È un problema solo italiano?

Ci sono nazioni estremamente virtuose che investono parecchi soldi in cultura: Francia, Danimarca, Germania, Belgio e in generale i Paesi del Nord. Sono molto ben organizzati, hanno i sindacati che funzionano bene. Hanno perfino regole per cui gli artisti vengono pagati anche quando non stanno lavorando. Questo succede ad esempio in Francia, dove l’artista percepisce un reddito anche nei periodi di non lavoro perché è molto chiaro che anche quando non lavora, fa comunque esercizio e ricerca. Quindi sì, l’idea che “con la cultura non si mangia” è un problema tutto italiano.

Ma in effetti è vero, che con la cultura non si mangia. A cosa serve la cultura? Qual è la vostra missione?

Probabilmente la spesa al supermercato non la paghi con la cultura. Ma ti accorgi se qualcuno sta commettendo un’ingiustizia nei confronti di qualcun altro, se una regola dettata è effettivamente giusta. Ti accorgi di tante sfumature che permettono una presa di posizione nei confronti della realtà che altrimenti non sarebbe possibile. È il famoso pensiero critico, necessario esattamente quanto la pagnotta. Ma anche in questo caso, occorre fare una precisazione sul tipo di cultura di cui sto parlando, che non è quella dei titoli. Mi viene in aiuto la definizione di Antonio Gramsci, secondo cui

Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.

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