Dai Navigli ai marciapiedi di Corso Sempione. La verità dietro la Milano che non si ferma

Di Costanza Ognibeni – 9 Maggio 2020

Ore 19. Dopo una giornata di cielo terso e un clima da primavera inoltrata, per la maggior parte degli abitanti del capoluogo lombardo arriva l’ora della corsa, quando non dell’aperitivo. Le disposizioni sono chiare e piuttosto rigide, ma 30.200 morti non possono lasciare libere interpretazioni: tocca correre in solitudine, mantenendo la distanza di almeno due metri dagli altri, e portandosi dietro la mascherina da indossare a fine allenamento. Alcune riaperture sono consentite; i primi esercizi commerciali possono riprendere la propria attività, così i bar ricominciano a vendere caffè e cocktail, da consumarsi rigorosamente fuori dal locale, e pizzerie e ristoranti possono effettuare la consegna a domicilio.

Ma percorrendo il viale di Corso Sempione che porta verso l’Arco della Pace, ci si rende conto che qualcosa sembra non aver funzionato: dopo una ripartenza discreta e piuttosto ordinata, i marciapiedi hanno ripreso a infittirsi. Famiglie e padroni di cani si riuniscono in piccoli nuclei – difficile capire se siano effettivamente tutti familiari o meno, mentre gruppi di giovani passeggiano alzando le mascherine per poter sorseggiare il loro cocktail, e incedono a passo lento alternandosi con i runner che cercano di schivarli rendendo il loro allenamento una vera e propria corsa a ostacoli. Ogni tanto una risata, ogni tanto qualche sguardo complice. Ma, invero, mai un volto sereno.

La reazione al COVID-19 e l’arrivo della Fase 2 a Milano vengono descritte dai mass media come una sorta di euforia che, esattamente come il virus invisibile, si contagia tra i cittadini, i quali, incuranti, riprendono la loro movida. La verità è, in realtà, molto più complessa. C’è come un alone, nell’atmosfera milanese, un velo che ne infittisce le trame rendendo l’aria rarefatta, “di vetro”, se vogliamo rubare la licenza poetica a qualcuno. Non c’è spensieratezza, non c’è leggerezza. C’è il peso di quei 14.839 morti a cui si accompagnano gli 80.723 contagiati. E dunque, verrebbe da chiedersi, perché insistere? Un’euforia, un’allegria fuori luogo farebbero pensare a un voler fare “come se nulla sia stato”, uno stato d’animo associabile più al video, divenuto virale, del dj set sulla strada in zona Porta Venezia, che non ai pedoni che, lenti, avanzavano lungo il marciapiede di Corso Sempione, dove il vissuto sembrava più quello di un sentire, ma non voler vedere; sapere, ma far finta di ignorare.

C’è da capire, a questo punto, cosa spinga i cittadini a comportarsi in questo modo, e cercare una risposta nel confuso atteggiamento delle istituzioni da cui sono governati. È di ieri la notizia che presto avrebbero riaperto anche gli impianti per gli sport individuali, accompagnata da stupore, diffuso e condiviso, da parte di chi l’ha ricevuta. “Così, di punto in bianco? Non me lo aspettavo!” Rimbalzavano nei gruppi di Whatsapp, i commenti esterrefatti degli amatori delle singole discipline. Impossibile prevedere quanti aderiranno all’iniziativa, ma quello che bisogna riconoscere è che dietro ogni cittadino che trasgredisce, che non si attiene ai protocolli, che non rispetta le distanze, c’è la confusione, la manipolazione di qualcuno che ha troppa fretta di ripartire. Il caos all’interno delle regioni ne è un chiarissimo segno: dalla governatrice della Calabria che riapre bar e ristoranti, contravvenendo a qualsiasi diktat, alla provincia autonoma di Bolzano, che con la legge provinciale 52/20 si sgancia da quanto previsto dal Governo Nazionale e decide la riapertura completa. Riaprono le chiese, ma i teatri restano chiusi, si spinge per riprese anticipate, con la scusa che fuori dai nostri confini in molti hanno ripreso la loro vita normale e si teme la concorrenza.

È il cosiddetto lato oscuro della democrazia: impossibile imporre gli aut aut come fece il governo cinese, e allora occorre ascoltare il parere di tutti, facendo il possibile per mediare, con scarsa speranza di successo. Ma la democrazia bisogna anche sapersela meritare, e non è la lezione paternalistica di chi minaccia di rinchiudere nuovamente tutti e buttare via la chiave, quanto, piuttosto, un invito a opporre, ancora una volta, la dovuta resistenza. A cercare nei notiziari, e poi anche nei libri, nel dibattito, e nello scambio di riflessioni, le motivazioni di quel qualcosa che non va e che rende così insicure le trasgressioni del popolo di Corso Sempione. Si parla tuttavia, occorre sottolinearlo, di questa fetta di Milano, che si limita all’area Nord-Ovest della città, che partendo dall’Arco della Pace si estende fino alla zona Portello, lasciando sulla propria sinistra la moderna City Life, dirimpetto alla caratteristica China Town. Occorrerebbe vedere gli umori del resto della città, provando ad andare oltre le foto riportate dai giornali, e andando a cercare, ogni volta, il particolare dietro il particolare, esattamente come faceva Thomas, il fotografo protagonista di Blow Up, ma non per scoprire che, in realtà, i giovani lungo i Navigli stavano rispettando le distanze di sicurezza – cosa peraltro non vera – quanto, piuttosto, per trovare il burattinaio nascosto dietro quel popolo di marionette, ansioso, certamente più di loro, di mostrare che ci siamo lasciati tutto alle spalle.

E che quegli storici due mesi in cui avevamo conosciuto un’Italia solidale, paziente e con uno spiccato senso civico, in realtà non sono mai esistiti.

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