Donna, ingenua e poi anche islamica. Le sottili differenze negli attacchi contro Silvia Romano

Di Costanza Ognibeni 15 Maggio 2020

Gli attacchi contro Silvia Romano non si fermano.

Abbiamo assistito a un figlio della patria, a un poliziotto che è morto e al cui funerale erano presenti 15 persone e nessuna autorità dello Stato, poi però abbiamo osservato che quando è venuta la neo-terrorista – poiché è risaputo che Al Shabaab questo è e questo finanzia…

13 Maggio 2020. Alessandro Pagano, deputato leghista ed esponente di Alleanza Cattolica, si pronuncia alla Camera con un verdetto che grida allo scandalo, rimproverando il Governo di aver mancato alle esequie di un poliziotto ucciso, ma di aver organizzato una vera e propria cerimonia per il rientro di una neo-terrorista.

Un’arringa emessa nel bel mezzo di una discussione sul nuovo decreto Covid, segnando una triste pagina nella storia della Repubblica italiana, come lo stesso Ministro degli Esteri ha in seguito scritto in un post su Facebook pieno di sgomento. La camera non ha esitato a reagire. Sulla scia delle parole della vicepresidente Mara Carfagna che ha bloccato l’insulto sul nascere, si è scatenata un’ondata di indignazione che ha attraversato l’intero parlamento. Ondata che si è in seguito riversata nei programmi e sui social network. L’assurdità dell’appellativo ne rende dunque assai facile il rifiuto. Ma quello di cui si tiene poco conto è che gli attacchi contro Silvia Romano sono stati pronunciati dagli scranni di un’aula parlamentare, durante una riunione in cui si discuteva di un nuovo DPCM. In piena carica istituzionale, dunque, e nel pieno esercizio delle proprie funzioni lavorative. E come tutti sappiamo, quando si svolge il proprio lavoro, qualsiasi esso sia, la prima cosa a cui occorre fare riferimento è la normativa cui la propria categoria è soggetta, ovvero il diritto da cui è governata. Nel caso del deputato Alessandro Pagano, la legge a cui deve fare riferimento nell’esercizio della propria professione è la Costituzione, la quale all’articolo 19 ricorda che:

“Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

Dunque nell’attribuire il terribile epiteto alla giovane volontaria sequestrata, il suddetto deputato non solo esercita un’aggressione, ma trasgredisce una legge a cui sarebbe tenuto a sottostare. La scelta religiosa qui demonizzata rientra in una sfera privata che non andrebbe mai portata all’interno della discussione di un’aula del Parlamento. Una violenza, nonché una mancanza di conformità alle regole, la cui matrice trova conferma nel post lasciato in seguito dal suo leader Matteo Salvini:

“(…) Lasciamo stare Silvia cui auguro vita lunga e felice, e guardiamo al vero nemico, al vero pericolo per i nostri figli, per l’Italia, per il mondo, per la Libertà: l’Islam fanatico, integralista, violento, assassino. Nessuno spazio, nessuna tolleranza, nessuna pubblicità o sostegno a questi delinquenti che nel nome del loro Dio portano morte, buio e paura in tutto il mondo. Mai più cedimenti ai terroristi, mai più riscatti, mai più silenzi. Viva la Libertà. Sempre”.

E dunque, per quanto di attacchi contro Silvia Romano se ne siano visti di ogni colore, genere e specie, è sbagliato inserire l’insulto del deputato leghista nel calderone delle diffamazioni che la ragazza ha ricevuto dal giorno del suo rientro. Per quanto sia giusto notare quanto questa ostilità sia rivolta alla donna innanzitutto, con verdetti che si portano dietro quel consueto “se l’è andata a cercare”, con la definizione di neo-terrorista, la discussione su Silvia Romano si è spostata su un altro piano. Che non rimanda più alla donna o alla volontaria, ma a quella Silvia che è tornata in Italia in abiti islamici pretendendo di essere chiamata Aisha. Rivolgersi a quella Silvia all’interno di un’aula parlamentare porta una discussione religiosa, quindi privata, sul piano pubblico, con il subdolo intento di alimentare un odio che è la vera matrice di qualsiasi forma di terrorismo.

Non ha importanza se Silvia Romano si sia convertita alla religione islamica per libera scelta o perché vittima della cosiddetta sindrome di Stoccolma, e a maggior ragione, non deve averne per le istituzioni, per i governi e per coloro che quotidianamente emettono leggi che decretano la sorte dei cittadini. E nel momento in cui questi elementi entrano all’interno della discussione pubblica, il richiamo ai tribunali della Santa Inquisizione si presenta come un’ombra minacciosa. Un pensiero distorto che probabilmente non si realizzerà mai negli orrori che abbiamo visto in passato, ma che, come si insinua fra le righe di discorsi violenti, va frenato sul nascere come è effettivamente successo, ma prendendo poi i dovuti provvedimenti per la mancata osservanza delle leggi che dovrebbero governare l’agire di ogni politico.

Le scelte di Silvia Romano non devono minimamente rientrare nella sfera pubblica; quello che deve interessare allo Stato per i provvedimenti che prenderà nei suoi confronti o nei confronti dei suoi rapitori è quello che può aver provato durante quei diciotto mesi di prigionia. Esattamente come ha tenuto a sottolineare il Premier Conte. Il Premier in serata, ha liquidato la discussione invitando chiunque abbia da speculare su Silvia Romano a trovarsi a 23 anni rapito in Kenya e a essere trasportato nella foresta da persone armate camminando sino a nove ore al giorno per un mese. Poi passare in quattro rifugi consecutivi, e ad essere continuamente sorvegliato da sequestratori armati di Kalashnikov. E solo dopo il ritorno, ascoltare e verificare tutte le conseguenze del caso.

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