Sindrome della capanna o rifiuto della normalità?

Di Costanza Ognibeni – 22 Maggio 2020

Letargia, demotivazione, scarsa concentrazione. Tristezza, angoscia, paura, frustrazione. La chiamano sindrome della capanna, ed è la malattia attribuita a tutti coloro che manifestano un’evidente ansia di fronte alla possibilità di riprendere la vita normale dopo quasi due mesi di quarantena.

È del 16 maggio la conferenza stampa con cui il Presidente del Consiglio ha sancito la progressiva riapertura delle attività a partire dal 18 maggio. Il nuovo DPCM era online già nella mattinata di lunedì e, con le dovute precauzioni, alimentava una vena di ottimismo che ci faceva finalmente sperare in un ritorno alla normalità.

Poi ci sono quelli che all’idea di tornare a questa anelata normalità vengono colti da strani sintomi, a metà tra angoscia e preoccupazione, e preferiscono prendere tempo. Aspettano, magari nel frattempo si fanno un sonnellino, oppure vengono colti dalla voglia di determinati cibi nell’illusione di poter calmare quel malessere. Ci si è precipitati a diagnosticare questi soggetti, e così è stata rispolverata la cosiddetta sindrome della capanna, malattia, invero, di cui si parlava già agli inizi del 900 a proposito dei cercatori dell’oro negli Stati Uniti, impossibilitati a svolgere la loro attività per buona parte dell’anno e quindi costretti a restare all’interno di una capanna per diversi mesi, con una enorme difficoltà a tornare alla civiltà una volta trascorso questo periodo. Una sindrome ora attribuita a quelli che di andarsene in giro a fare tutto quello che per più di cinquanta giorni non hanno potuto fare non ne vogliono sapere nulla.

E se avessero ragione loro?

“No podemos tornare alla normalidad porque la normalidad era el problema” è una massima che ancora echeggia nelle menti di quanti hanno sperato che questo Coronavirus ci avrebbe portato molto di più che una situazione di clausura forzata. Avevamo capito che la causa delle tragedie che in questi mesi ci sono passate davanti agli occhi era legata a uno stile di vita sbagliato; avevamo capito che l’aumento smisurato della temperatura terrestre, gli allevamenti intensivi, la deforestazione, erano pratiche dalle conseguenze ancora più catastrofiche di quelle da cui gli ecologisti, ma ormai buona fetta della popolazione mondiale, ci mettevano in guardia. Non solo: avevamo ricominciato ad apprezzare la solitudine, la lentezza, il ritrovare una nostra dimensione e un modo per impiegare il tempo con stili di vita ben lontani da quel consumismo sfrenato che ormai ci aveva fagocitato senza che nemmeno ce ne fossimo resi conto. Nostro malgrado, siamo stati costretti a rivedere la scala delle nostre priorità, e a renderci conto che quanto ci sembrava irrinunciabile era qualcosa di cui, in realtà, potevamo tranquillamente fare a meno.

Uscire da quei terribili giorni è certamente una bella conquista, ma c’è qualcuno che vuol tornare alla normalità come se nulla fosse successo; come a voler tornare a uno stadio precedente, come se questi due indimenticabili mesi non ci fossero mai stati. E sebbene sia importante superare i grossi traumi, è impossibile non usare questa quarantena come spunto per cercare un nuovo modo di stare nel mondo, come occasione per mettere in crisi un sistema neo-liberista che fa acqua da tutte le parti.

La chiamano sindrome della capanna. Certo, è importante non cadere nella segregazione, né in un isolamento auto-indotto che porta con sé tutti i sintomi della depressione. Ma, esattamente come nel caso dei depressi, forse la cura non sta nel cercare di cancellare quelle sensazioni bollandole come sbagliate, ma nel fare una profonda ricerca sulla loro causa. Accoglierle, in qualche modo, e poi cercare, chiedendosi se talvolta dietro questo rifiuto della normalità non ci sia un rifiuto di “quella” specifica normalità. Che, certo, non può diventare auto-lesivo, ma una volta chiarita la sua origine, trovare un modo per trasformarlo, magari provando a portare fuori dalle nostre case ciò che quelle quattro mura ci hanno insegnato per mesi. E accettare che, forse, nessuno ha il potere di cambiare il mondo, ma tutti abbiamo il potere di cambiare noi stessi.

2 risposte a "Sindrome della capanna o rifiuto della normalità?"

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  1. Ma poi…. cosa mai ci sarà da fare?
    Il 90% della popolazione italiana OLTRE I 30 ANNI passa i weekend andando al centro commerciale, o a mangiare da parenti/amici, magari un giretto fuori porta con 2 passi nella natura.
    Una trombata, una pizza e via che è lunedì.

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    1. Beh no, dai… di cose da fare ce ne sarebbero; è proprio questo il problema, che vogliono farci credere che là fuori ci sono solo centri commerciali. E allora me ne rimango a casa!

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