Lavoro e dignità. Alla ricerca della perla delle perle per una nuova prospettiva

Di Costanza Ognibeni – 28 Maggio 2020

Il lavoro è dignità e non si può rischiare di perdere il lavoro. Perdere il lavoro significa perdere la dignità”.

Tuonano da una rete privata piuttosto famosa, le parole della presentatrice che in piena fascia pomeridiana dà voce a idee socialmente accettate e dai benpensanti condivise. Parole pronunciate in difesa delle categorie deboli, le quali in piena pandemia stanno rischiando di perdere il proprio impiego. Dunque bisogna fare qualcosa. Attrezzarsi, difendere la propria posizione, protestare. Ma poi, una volta scesi in piazza, occorre ripensarci, a quelle parole, vendute come pillole per alleviare il malessere, ma contenenti, invero, una buona dose di veleno, e destinate a tramutarsi in virus invisibili che si sedimentano nella mente di chi le ascolta, e maturano nel tempo.

Ci hanno insegnato a lavarci le mani, a usare disinfettanti, a sanificare gli ambienti, ma nessuno ci ha ancora insegnato a proteggerci da altri tipi di germi, che passano ora attraverso una frase, ora attraverso un gesto, ora attraverso un’espressione, dagli effetti sicuramente meno visibili, ma altrettanto devastanti.

È del 2012 il rapporto con il quale Osservasalute fotografava un aumento del 20% dei suicidi dovuto alla perdita del proprio impiego. Un trend che nel tempo non ha accennato a diminuire, ma anzi, è andato aumentando fino a far considerare la perdita del lavoro non più come concausa, ma come causa diretta di azioni suicidarie.

Certo, la crisi economica è una piaga a cui non è facile far fronte: notti in bianco, angoscia e paura di non farcela provocano un disagio certamente non facile da sostenere, ma se si va ad analizzare questo drammatico campione, ci si rende conto che non tutti coloro che sono arrivati a togliersi la vita lo hanno fatto per contingenze economiche. La casistica abbraccia, infatti, tutte le categorie, dagli operai ai grandi manager, e poiché sembrerebbe che anche chi di soldi ne ha guadagnati così tanti da non doversi preoccupare per il futuro, ricorra all’estremo gesto, siamo portati a pensare che il fattore economico sia marginale rispetto ad altri elementi.

Per trovare, dunque, un orientamento in questo ginepraio fatto di statistiche e verità parziali, occorre ripensare alle parole della presentatrice, laddove definisce la perdita del lavoro “perdita della dignità”. È vero che, come recita l’art. 1 della nostra Costituzione, “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, ma affidare la propria dignità, quindi in qualche modo la propria identità, alla capacità di produrre è un gioco pericolosissimo. E non è un caso che fu proprio il democristiano Amintore Fanfani, con il pieno appoggio del Partito Comunista e del Partito Socialista di allora, a decretare la formula che sanciva l’identità della nascente Repubblica, affascinante nella sua enunciazione, ma piena di trappole insidiose. È l’eterno fallimento della sinistra, che per una vita ha provato a combattere i sostenitori dei sistemi capitalistici e del libero mercato, proponendo, tuttavia, un analogo paradigma: accettare che l’identità umana si riduca all’identità professionale, significa accettare che è la capacità di produrre armi per la caccia ad aver in qualche modo decretato il passaggio dallo stato animale allo stato umano; significa accettare che ciò che distingue l’uomo dalla bestia è l’identità della ragione, e se questa idea è particolarmente radicata nella mente di un individuo, ecco che quando il lavoro viene meno, il rischio di un drammatico esito è dietro l’angolo, poiché scatta automaticamente la convinzione di aver perso se stessi.

Ma poiché un’alternativa c’è, e lo dimostrano quanti, anche ridotti alla fame, mantengono la propria stabilità, è necessario andare a vedere dove allora risiede questa identità umana; riconoscere che se non è il lavoro a darla, allora sarà qualcos’altro. È quella famosa “perla delle perle” che Marx non è mai riuscito a cogliere (lettera al padre 10 Novembre 1837), è quella natura umana che va al di là della ragione, quel patrimonio comunemente chiamato “emotivo”, irrazionale, se vogliamo trovare un termine più appropriato, e che viene quotidianamente arricchito da tutto ciò che rimanda a una ricerca; una sete di conoscenza il cui appagamento avviene attraverso il rapporto con la cultura, con l’arte, e con tutto ciò che non produce un utile, ma anche con il mondo esterno e con quelle realtà che valicano i confini del nostro orticello per portarci verso la conoscenza di realtà “altre”, sconosciute. Una sete di conoscenza che trova, altresì, la propria piena soddisfazione nel rapporto con gli altri esseri umani, in particolare nel rapporto uomo-donna, che quanto più è ricco, appagante e privo di ambiguità, tanto più sarà in grado di nutrire quell’identità attraverso la soddisfazione delle cosiddette esigenze. E quanto più quelle esigenze saranno appagate, tanto più la perdita del lavoro si ridurrà a un mero fatto materiale, certamente importantissimo da risolvere, ma foriero di un’identità parziale, che se non è completata da quella irrazionale o emotiva che dir si voglia, rischierà di rimanere zoppa e di divenire la prima vera causa dei tragici esiti di cui abbiamo parlato.

“Volevo ancora una volta tuffarmi nel mare ma con il proposito ben fermo di trovare la natura spirituale altrettanto necessaria, concreta e dai contorni altrettanto sicuri quanto la natura fisica; di non affidarmi più a delle finte da giostratore, ma di riportare alla luce la perla delle perle (…) ” (Karl Marx)

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