Diversità nell’uguaglianza: un saggio per stimolare un pensiero originale sulla negazione delle donne

Esiste una forma di violenza sulla donna subdola e altrettanto pericolosa di quella tangibile che miete vittime quotidianamente: è la violenza invisibile del pensiero che sta dietro certi discorsi, atteggiamenti e comportamenti usuali e diffusi.

Sono semplici ma dense le parole che descrivono il saggio a cura di Irene Calesini “La negazione della donna – le radici culturali della violenza di genere”, edito da Aracne e finalmente uscito nelle librerie, con un’immagine in copertina che salta subito agli occhi, ermetica nella sua essenzialità, con una linea scende e si piega spigolosa, per poi rigirarsi su se stessa con un’ampia curva che disegna un ricciolo che sembra una capriola. A sinistra dell’indecifrabile segno, una linea di colore blu che pare tratteggiata con un pastello, e, sulla destra, un piccolo triangolo rosso. “La resistenza della donna” è il nome che l’autore Maurizio Fioretti ha attribuito al disegno, in omaggio a questo piccolo ma importante volume, che proprio nell’era del post-Covid vale la pena di leggere, se non altro per aiutarci a tracciare il percorso verso quel nuovo paradigma cui tutti sembrano anelare ma del quale ancora si fatica a trovare la formula esatta.

Dopo un’attenta lettura del volume, realizzato a più voci e con un’interessante introduzione del professor Giorgio Galli, un incontro con l’autrice diviene una tappa imprescindibile.

D: Com’è nata l’idea del libro?

R: L’idea del libro è nata all’indomani del convegno del 2016 “Diversità nell’uguaglianza, un’utopia possibile”, organizzato dall’Associazione culturale Amore e Psiche in collaborazione con altre associazioni, quali “Carminella”, “La scuola che verrà”, “Suono e Immagine”, “daSud”, insieme con la cooperativa sociale Psicoterapia Medica. Tre giornate di incontri e dibattiti sul tema dell’uguaglianza che dovrebbe essere alla base dei rapporti non violenti: la riflessione era partita dalla questione degli immigrati, ma mettendo a fuoco proprio il tema del rapporto con il diverso, era inevitabile che si approdasse a un discorso sul rapporto uomo-donna. Nella prima giornata del convegno abbiamo, quindi, fatto il punto sulla situazione delle donne, chiedendoci cosa ci fosse alla base dei comportamenti violenti nei loro confronti: l’idea più diffusa è quella di un’inferiorità, ma poi sono venute fuori molte altre considerazioni che ho sentito importante raccogliere in un unico testo, con ulteriori elaborazioni e approfondimenti.

D: Perché è importante parlare oggi della questione delle donne?

R: Non mi piace parlare di “questione”: rimanda a quelle problematiche, come la “questione Meridionale”, che non si risolvono mai! Bisogna partire dall’assunto che le donne non sono una specie protetta, o un problema da risolvere; sono semplicemente la metà del genere umano. La “questione delle donne”, quindi, altro non è che la questione di tutti gli esseri umani, ovvero quella di raggiungere un’identità personale che permetta dei rapporti con gli altri – tra cui quello con l’altro sesso che rimane sempre il più difficile poiché mette in gioco la maggiore “diversità” – sani, costruttivi.

D: Le battaglie condotte finora rivendicano un’uguaglianza. Sono state importanti, ma guardando le statistiche, il problema alla radice permane. Cosa manca a queste rivendicazioni?

R: Tutto quanto fatto finora è stato fondamentale perché finalizzato a raggiungere un’uguaglianza che a livello sociale deve essere garantita a tutti: stesse possibilità di istruzione, di carriera, di spostamento, di decisione. E questo è ciò di cui deve farsi garante lo Stato. Ed ancora questo obiettivo non è pienamente raggiunto. Ma poi bisogna fare attenzione, perché a livello privato non è l’uguaglianza quella che va rivendicata, ma la diversità. Cerco di spiegarmi meglio: bisogna partire dall’assunto che l’uguaglianza di base come esseri umani già c’è, alla nascita. Una nuova chiave di lettura che risiede proprio in quell’espressione che aveva dato il titolo al convegno “Diversità nell’uguaglianza”, secondo la quale bisogna uscire dalla trappola dell’uguaglianza come punto di arrivo, e cominciare a vederla come assunto di partenza, abbandonando in questo modo le teorie di Rousseau e degli illuministi per rifarsi, piuttosto, a una nuova teoria, secondo la quale nasciamo tutti uguali, proprio per la dinamica stessa della nascita umana (Per approfondimenti si veda la Teoria della Nascita di Massimo Fagioli).

Se ci pensi tra i bambini appena nati, al di là degli aspetti biologici, psichicamente non c’è alcuna differenza, nemmeno tra maschietti e femminucce: hanno tutti le stesse identiche esigenze. E sarà la risposta degli adulti a quelle esigenze di rapporto umano – che iniziano alla nascita e fanno la socialità naturale – che indirizzerà verso lo sviluppo fisiologico del bambino e della sua individuale diversità o verso una storia di malessere e malattia.

Il vero cimento diventa riconoscere le differenze che si creano dopo, nell’età dello sviluppo, a partire da quelle sessuali, ma anche individuali, personali. E sono proprio quelle differenze a suscitare spesso reazioni violente: alla base c’è una percezione distorta del diverso, dello sconosciuto, fino a considerarlo pericoloso.

Tornando quindi alle nostre battaglie, è giusto che si rivendichi una parità a livello sociale, ma nel privato è necessario uscire da questa logica della competizione e impegnarsi, piuttosto, a rivendicare la propria diversità, sia come donne, che come individui e individuare e rifiutare qualsiasi forma di relazione violenta. Non si tratta di proseguire con le battaglie su chi fa cosa, ma di riconoscere dove c’è questa violenza, spesso anche invisibile, che può tradursi banalmente in un’umiliazione, una messa in dubbio delle capacità, meglio, una negazione delle qualità umane. E prendere atto che va assolutamente rifiutata, in quanto sintomo di una malattia psichica, talvolta anche profonda, poiché nascosta dietro comportamenti impeccabili, certe volte perfino affettuosi!

D: Quando sentiamo parlare di violenza, pensiamo sempre a quella fisica: in questo libro viene menzionata più spesso la violenza invisibile. Cosa s’intende?

R: La violenza fisica, quella delle botte, dello stupro, è senz’altro la più facile da individuare, anche per la vittima. Così come la violenza psicologica, che può tradursi in un insulto, una frase detta male. Lì la risposta deve essere immediata. Ma poi c’è un’altra forma di violenza, che è la più subdola di tutte, che è proprio questa violenza invisibile,  così sottile che spesso anche chi la agisce non se ne rende nemmeno conto. La sente chi la subisce, al limite, attraverso vari segnali che manda il corpo: un malessere diffuso, un attacco di rabbia, un pianto immotivato, una strana angoscia. Spesso le donne hanno bisogno di un lavoro personale per imparare a riconoscerla. A volte si rivolgono agli specialisti per disturbi fisici, per un’insonnia, per un’ansia…e non mettono mai insieme questi sintomi con quello che stanno vivendo. Ci vuole tempo. Anche perché molte volte questa violenza invisibile è agita dal “bravo padre di famiglia” e questo determina un malessere importante nelle persone che gli stanno intorno, figli compresi.

Tuttavia, se possibile, c’è una forma di violenza invisibile ancora più devastante di questa, che non rimanda all’individuo, al privato, ma alla cultura, che permea il mondo dell’informazione, dei mass media o dell’istruzione che diventano veicolo di pensieri falsi. Pensiamo alla violenza perpetrata per secoli dalle istituzioni più conservatrici, come la Chiesa, che riconoscono la donna solo in quanto essere assoggettato all’uomo e la riducono all’esclusivo ruolo di madre, che tramanda la tradizione. È la violenza di una cultura che non dirà mai esplicitamente che non puoi fare le cose, ma ti toglie l’energia e la vitalità per farle, facendoti credere che “è tutto inutile”, magari mostrandoti tanti Nobel vinti da uomini, senza mai raccontare delle intere équipe al femminile che si nascondevano dietro quei premi.

D: Dunque siamo vittime a tutti gli effetti?

R: Assolutamente no, c’è anche una complicità da parte nostra: spesso le donne si difendono male, si ribellano esercitando loro stesse una violenza psicologica. E sanno essere più sottili degli uomini, più subdole. Gli uomini sono bravi con la forza, le donne con le parole. E diventano ambigue, ammaliatrici. Ma è una violenza che in fin dei conti fanno a loro stesse. Altre volte, invece, sopportano, si rassegnano, ma poi diventano loro stesse le promotrici del pensiero dominante e massacrano psicologicamente i figli, riversando su di loro questo malessere.

È sbagliato dire che tutti gli uomini sono cattivi e tutte le donne sono vittime. Sono credenze che vanno scardinate; sono malate le relazioni, perché uno, il più violento, predomina sull’altro, il più ‘sano’. Storicamente, però, non si può negare che siano stati e siano gli uomini (alcuni) ad esercitare varie forme di violenza sulle donne e su molti altri esseri umani.

D: Sui figli spesso le donne esercitano una forma di controllo, come anche sui mariti

R: È il risultato di un adeguamento al ruolo, di un appiattimento, per cui, prive di una loro piena identità personale e sessuale, basano i rapporti sul controllo, sull’identificazione con l’altro e con la madre. Come se senza quelli non fossero nulla. Il problema millenario delle donne è che loro stesse hanno sempre pensato di essere stupide, di non poter vivere una loro indipendenza, di non poter essere autonome. E arrivano ad accettare, a fare compromessi su situazioni che andrebbero invece rifiutate, perché senza una persona accanto si sentirebbero incomplete, delle nullità. Spesso raccontano di essere colte da un “insostenibile vuoto”. Ma anche questo è un problema culturale, perché sin da piccole sono imbevute di una cultura che racconta sempre la stessa storia. Ecco perché per ribellarsi serve identità, intelligenza. Tuttavia, qualche segnale di cambiamento comincia a intravedersi: se vai a vedere i laureati o gli iscritti ad alcune facoltà universitarie, come Medicina ad esempio, la maggior parte sono donne. È il segno di un’esigenza di farsi un’identità che sta emergendo, soprattutto se rapporti il dato al caso italiano, dove le donne hanno iniziato a votare nel ‘46.

D: Il libro non si limita a raccontare della negazione della donna, ma illustra anche quelle situazioni, quei momenti, quelle società in cui la donna veniva riconosciuta. Tutte queste correnti, però, per un motivo o per l’altro, subivano poi una battuta d’arresto. Come mai?

R: Il perché è difficile da individuare, una strada potrebbe essere quella del peso che per secoli ha esercitato la Chiesa sulla nostra società: alla base c’è una credenza dovuta all’alienazione religiosa per la quale tutto ciò che va oltre la ragione, e che in un certo senso è rappresentato dalla donna, non è controllabile, pertanto spaventa. Come se questo regno dell’emotività, delle passioni, fosse il luogo oscuro in cui risiede il male. Ai vari movimenti rivoluzionari che si sono susseguiti nella storia è sempre mancata una separazione netta da questo pensiero, un nuovo paradigma sull’essere umano che racconti in modo diverso di quella realtà che va oltre quella della ragione. L’irrazionale ha sempre spaventato ed è stato sempre scisso dalla coscienza e dalla ragione, così come la dimensione femminile è stata sempre scissa da quella maschile.

D: Parlando della convenzione di Instanbul, nell’intervista a Marta Bonafoni c’è un importante passaggio in cui si afferma che è tutto il sistema che deve rafforzarsi e  smettere di vedere la donna come individuo da proteggere rimandando a una visione patriarcale dello Stato. Come sviluppare meglio questo concetto?

R: Lo Stato non deve avere solo una funzione di protezione, deve avere un ruolo pro-attivo, evolutivo: è necessario, ad esempio, un impegno finalizzato a far sì che le donne vittime di violenza, spesso anche economicamente ricattabili, possano essere aiutate a entrare in un sistema lavorativo che permetta loro di cambiare la propria condizione economica e materiale in modo da rendersi autonome. E magari anche psicologica, facilitando l’accesso a specifici servizi, affinché il cambiamento materiale sia accompagnato da un cambiamento psichico. Mi viene in mente, a proposito di questo, il bellissimo Articolo 3 della nostra Costituzione che sottolinea, oltre all’uguaglianza e la pari dignità di tutti i cittadini, anche che

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Parla di pieno sviluppo della persona umana, ed è stato voluto in particolare dalle donne della Costituente: come se ci fosse stata l’intuizione di una nascita uguale per tutti e di uno sviluppo fisiologico e sano dell’essere umano che deve essere favorito, accompagnato, anche nella società.

D: Nel libro si affronta anche il discorso della violenza su Internet. Internet è solo un mezzo diverso o peggiora le cose?

R: Internet è un’arma a doppio taglio perché se da un lato consente alla comunicazione “giusta” di diffondersi, dall’altro dà lo stesso potere anche alle fake news, agli insulti, a tutto ciò che è denigrazione, con tutto quello che ne consegue. Quindi il problema non è solo nel gesto di umiliazione in sé, ma nella risonanza; tutto ciò che gira non lo legge solo il diretto interessato, ma anche amici, parenti, conoscenti: la vittima si sente improvvisamente isolata, circondata da un contesto che percepisce avverso, giudicante, oppressivo.

D: La tragedia del Coronavirus ci ha insegnato che il sistema neo-liberista così com’è impostato non funziona. Tutti abbiamo capito che non può continuare, ma nessuno sa ancora quale sarà la nuova possibile impostazione. Secondo te qual è il ruolo delle donne nella costruzione di questo nuovo ordine?

R: Questo ipotetico nuovo mondo va realizzato insieme: le donne, da un lato, devono fare un grande lavoro basato sullo studio, sul lavoro per ottenere un’identità sociale, sulla conoscenza di sé stesse e delle loro dinamiche nei rapporti umani, che le renda intelligenti, solide, autonome. Senza tuttavia diventare uguali agli uomini, ma mantenendo quella sfera emotiva, quella sensibilità, che da sempre le contraddistingue. E poi, con questa nuova consapevolezza, devono avere il coraggio di rapportarsi agli uomini e mostrarsi per quello che sono, sapendo che prenderanno molte delusioni, ma non dovranno fermarsi al primo amore deludente credendo che sia l’unico possibile, ma insistere, non accontentarsi. Gli uomini, dal canto loro, hanno un compito ancora più difficile perché, accanto allo studio e alla conoscenza che permette  di crearsi un’identità sociale, devono essere capaci di fare un passo indietro, avere il coraggio di combattere quegli stereotipi consolidati nei secoli per i quali la donna può essere libera, ma fino a un certo punto, può vestirsi come vuole, ma senza esagerare, può parlare, ma raramente può pensare. Eccetera eccetera. E questa è una rivoluzione che devono fare sia l’uno che l’altra.

Costanza Ognibeni – 3 Luglio 2020

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