Covid-Party in Alabama e impazzimento da pandemia. Gli esiti di una cultura malata e la possibile cura

Foto di Markus Spiske da Pexels

Il Virus ha aumentato l’impazzimento generale.

Lo scrive Roberto Burioni su “Mediacl Facts”, il magazine di informazione scientifica da lui stesso fondato. E lo scrive a proposito del Covid Party organizzato in Alabama da un gruppo di studenti, dove sono state invitate volontariamente persone infette, ogni invitato ha messo in palio una posta e chi si infetta per primo vince tutto.

Un esempio di stolidità sconfinata; svuotare di senso la realtà con cui si ha a che fare trasformando addirittura la tragedia a cui abbiamo assistito in questi mesi in un gioco divertente assume dei contorni così gravi da diventare grottesco.

Un comportamento che ha tutti i perimetri della psicopatologia, su questo l’infettivologo ha ragione: l’immagine del pazzo cui siamo avvezzi è quella dell’uomo che si arrampica nudo sull’albero e inizia a cantare, o strilla per strada senza motivo, o parla da solo – solo per fare alcuni esempi. Un uomo, quindi, che perde il contatto con la realtà, la svuota di senso, e si comporta come se l’albero fosse la cabina della doccia, come se stesse inveendo contro qualcuno, o come se davanti a lui ci fosse un interlocutore quando effettivamente non c’è nessuno. Un contesto ricreato nella propria mente che si sovrappone a quello reale. Il comportamento messo in atto dal gruppetto di scapestrati in Alabama non si discosta poi tanto da questi esempi: morte e contagio vengono trasformati in un gioco divertente, quindi non resta che organizzare un party per condividerlo e – perché no! – promuovere anche un bel contest per chi si ammala – e, non dimentichiamolo, rischia di far ammalare – per primo.

La domanda che verrebbe da farsi è da dove derivi questa fatuità e soprattutto se ci siano gli strumenti adatti, in Alabama, per costringere questi ragazzi a un ricovero, o per lo meno a essere seguiti da un’equipe di bravi psicologi che siano in grado di individuare la patologia. Perché è da lì che si inizia, dal dare un nome alle cose. Non sono birichinate, non sono ragazzate, sono segni ben chiari di qualcosa di molto più profondo che richiederebbe un intervento immediato, esattamente come si fa quando si manifestano i primi sintomi di una malattia fisica. Ma nelle discipline psicologiche è tutto un gran campo minato, poiché interviene questa dannata “capacità di intendere e di volere” che confonde le acque, e se effettivamente i “ragazzacci” usciti dal party sono stati in grado di prendere la macchina e guidare fino a casa, non hanno bisogno di nessuna equipe psichiatrica, bensì solo di una bella sgridata dai loro genitori, questo quanto viene erroneamente creduto e diffuso. Ed è così che il virus della pazzia continua a circolare e mietere vittime, poiché ancora non se ne è individuata la possibile radice.

Tornando, però, alla dichiarazione dell’infettivologo “il virus ha aumentato l’impazzimento generale”, verrebbe innanzitutto da controbattere che non si può estendere l’esempio di un gruppetto di giovani fatui a tutto il genere umano. L’infelice episodio è circoscritto all’Alabama , anzi a Tuscaloosa, sede dell’omonima università e di molti altri college, in un’America governata da un presidente che per primo continua a prendere sottogamba e fare inutile ironia – adesso scherza sul fatto che la mascherina la indosserebbe e anzi, l’ha provata e gli sta pure bene! – su qualcosa della quale forse egli stesso non si rende completamente conto, nonostante i 52.000 nuovi casi in 24 ore recentemente registrati.

Tuttavia, e questa la nota dolente, è anche vero che era troppo illusorio sperare in un mondo migliore dopo la pandemia. Siamo tornati esattamente quello che eravamo, e se effettivamente la malattia del nostro tempo era il non voler vedere, la famosa “Cecità” di cui ci parla sempre lo stimato Premio Nobel Saramago, non potevamo certo aspettarci che passasse per l’arrivo di un evento catastrofico, poiché chi non vede continua a non vedere, chi non vuole sapere continua a non sapere.

Si è detto che il Covid-19 sia il nemico più democratico che esista, poiché colpisce tutti, senza distinzione di censo né di razza, ma è anche vero che le conseguenze più gravi ricadono inevitabilmente sulle società più povere, dove il distanziamento diviene quasi impraticabile, si pensi alle favelas di Rio de Janeiro o alle township in Sudafrica, dove più persone vivono in un’unica stanza e dove i servizi igienici rappresentano ancora una specie di utopia.

Dunque diseguaglianze ancora più accentuate, se vogliamo. In un’intervista al New Yorker, l’epidemiologo Snowden aveva dichiarato che “le epidemie sono una categoria di malattie che fanno da specchio agli esseri umani e mostrano chi siamo veramente”. Affermazione successivamente argomentata in un’intervista sul Manifesto che viene qui utile riportare:

… il coronavirus (…) è la prima grande epidemia della globalizzazione. E credo che tutte le società creino le proprie vulnerabilità. Permettimi di fare un paragone con un’altra malattia che è stata la più temuta del suo secolo, il colera nel diciannovesimo secolo. Era una malattia dell’industrializzazione e quindi dell’urbanizzazione dilagante – cioè l’ambiente costruito in modo catastrofico perché masse di persone si riversavano nelle grandi città in tutto il mondo industriale, dove non esisteva alcuna preparazione sanitaria o abitativa (…). Il tifo, e il colera asiatico, direi, sono malattie sintonizzate sulle condizioni di industrializzazione e rappresentano, in questo senso, uno degli specchi della globalizzazione.

Con il coronavirus, ci sono almeno tre dimensioni che mostrano come il Covid-19 sia lo specchio di ciò che siamo come civiltà.

La prima è che stiamo diventando quasi 8 miliardi di persone in tutto il mondo.

Poi abbiamo il mito per cui si può avere una crescita economica e uno sviluppo infinito anche se le risorse del pianeta sono limitate, il che è una contraddizione intrinseca. Eppure abbiamo costruito la nostra società su questo mito, pensando che le due cose si possano in qualche modo conciliare. Quindi c’è un problema.

Inoltre, questo trasforma il nostro rapporto con l’ambiente e in particolare con il mondo animale. Abbiamo dichiarato guerra all’ambiente e distruggiamo l’habitat degli animali (…) Quello che succede è che gli esseri umani entrano in contatto con gli animali con una frequenza e in modi che non sono mai accaduti in passato. E possiamo ora indicare quali sono le malattie che lo dimostrano: l’influenza aviaria per definizione, così come la MERS e la SARS e l’Ebola. E ora abbiamo il coronavirus.

Direi che questo schema non è casuale. Vuol dire che viviamo in un’epoca di ripetuti spillover. E in particolare sembra che siamo molto vulnerabili a quei virus per i quali i pipistrelli sono un ospite naturale. Un’altra caratteristica della globalizzazione è che ora abbiamo creato un mondo di grandi città, di megalopoli collegate da un rapido trasporto aereo, il che significa che uno spillover che accade, scelgo un posto a caso, a Giacarta al mattino…lo stesso virus sarebbe presente a Los Angeles e a Londra la sera.

Quindi direi che il coronavirus sta sfruttando canali di vulnerabilità che noi stessi abbiamo creato.

Direi anche che questa pandemia è la quintessenza dell’epidemia di una società globalizzata. Globalizzazione significa distruzione dell’ambiente, il mito di una crescita economica infinita, un’enorme crescita demografica, grandi città e trasporti aerei rapidi; è tutto collegato”.

La Pandemia, dunque, altro non è che il riflesso di quanto noi stessi abbiamo creato, il famoso trovarsi di fronte allo specchio per scoprire il proprio vero volto. Ma una volta scoperto che quel volto è turpe, malato, sporco e invecchiato, basta averlo visto per cominciare a far qualcosa per migliorarlo? E, soprattutto, lo hanno davvero visto tutti?

Forse la possibilità di ribellione, ancora una volta, non risiede in chi la violenza la agisce, nei cosiddetti carnefici della contemporaneità, ma proprio in chi quella violenza la subisce. Solo chi in un rapporto sado-masochistico subisce la violenza può far qualcosa per fermarla, cominciando innanzitutto a frenare i meccanismi di complicità con il proprio carnefice, il quale, spesso, non si rende nemmeno conto della violenza che agisce.

E a chi, toccato sul vivo, si sta già chiedendo come si faccia a fermare questa complicità, vien difficile fornire una risposta precisa, poiché ognuno può trovare il suo modo. Formulare una propria risposta non è facile, né tantomeno immediato: occorre una ricerca attenta quanto inarrestabile, aperta verso i mille stimoli che ne possono derivare e pronta a cogliere qualsiasi sprazzo di saggezza, qualsiasi perla scaturisca ora da una frase, ora da una dichiarazione, ora da un suono.

Come ricorda David Quammen, divulgatore scientifico e autore di “Spillover” (Adelphi, 2014):

“Dobbiamo seguire l’informazione sul virus, prestare attenzione al problema ma abbiamo bisogno anche di altre cose. Abbiamo bisogno di una copertura sul coronavirus che approfondisca le cause e gli effetti, ma anche di storie che non riguardino il coronavirus. Abbiamo bisogno di musica, di comicità, di arte, di persone che parlano di libri (…)”. (David Quammen, Il Manifesto, 25 Marzo 2020).

Costanza Ognibeni – 4 Luglio 2020

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